Saturday, December 22, 2007

Bianco

Aveva la biancheria di colore distinto. Era una cosa che odiava. La faceva sentire disordinata, una donna fuori posto, sciatta. Ma, in realtá, non era andata lì per sedurlo. No. Era lì solo per il fatto che, se non ci fosse stata, sarebbe morta. Posso venire a casa tua? devo parlarti. Aveva atteso, mordendosi un labbro, una risposta: aspettava un "no". In cambio, un "sì" risuonò dall'altra parte del telefono, un poco biascicato, debole, però definitivamente un sì.
Una pepsi la attendeva su quell'allucinante tavolo di quella surreale casa, arrampicata in un vecchio palazzo cadente del centro. Tutto sembrava sporco e sospeso nell'etere dell'incertezza certa di chi sa che morirà sotto la polvere. Non aveva potuto rifiutare quella pepsi, anche se non le piaceva. No. Però la bevve, o almeno, così fece finta. Fumò, guardando fuori dalla finestra, e sentiva gli occhi di lui che la scrutavano, fino a toglierle la pelle di dosso. Che cosa sei venuta a dirmi? Chiese lui. Cos'è quel palazzo di fronte? Una banca, rispose lui, senza smettere di guardarla. Quella sigaretta furono le sue parole, attimi che si consumavano e che le dicevano che poteva ora ricominciare una nuova vita, perchè dalla cenere tutto rinasce. Lui la ascoltò, annuendo, serio. Sono contento, disse. Lei allora si alzò. Me ne vado, annunciò. Ma non se ne andò. Che cosa vuoi? nuovamente chiese lui.

Le sue lacrime gli bagnavano le spalle, mentre lui, sdraiato su quel petto chiuso in quel reggiseno nero e rosa, le accarezzava le gambe, cantando. La luce entrava dalla finestra. La tenda era illuminata di un biancore commovente, quasi che tutto annunciasse un nuovo inizio. Tutto scoppiava di vita, e lei piangeva per i suoi morti, per quei seppelliti che sono i ricordi, le illusioni e i desideri che fanno male. E la musica dipingeva scenari di novità e lui cantava. Cercava di nascondere gli slip bianchi sotto il corpo di lui. Era impossibile che non si fosse accorto che aveva la biancheria di due colori distinti. Lui parlava parlava parlava. Lei in silenzio sorrideva, e piangeva sulla sua pelle. Aveva freddo, aveva la febbre. Si sdraiò sulle lenzuola bianche, e già non le importò nulla della biancheria. Lui, in fin dei conti, non aveva voluto che lei se ne andasse. Finalmente si erano liberati di quelle catene chiamate tensioni.
Finalmente decise di andarsene, prima che lui le dicesse di farlo. Già il suo orgoglio era stato messo in crisi da quella biancheria di colore distinto, e non era il caso di perpetrare un altro smacco al suo semi-monolitico e fragile contorno.

Fu invasa da una pioggia di luce brillante. L'aria era calda. L'abbracciava un sole avvolgente, e le sue spalle vennero ammantate da un turbine di stupore. Era tornata a vivere.

E tutto nel bianco di quel sole, nella pelle nera di lui, e nel colore distinto della sua biancheria.

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