Sunday, December 23, 2007

Azzurro

La guardava mentre entrava nell'acqua azzurra di quell'angolo d'oceano in cui si erano rifugiati. Solo noi due, senza fare domande sul passato e sul futuro, ora siamo qui tu ed io, e questo è l'importante, le aveva detto, una mattina, mentre lei riemergeva da una notte di incubi, e lui, già vestito, stava ancora al buio vicino alla porta.
Mi piace immaginare il tuo ingresso nell'oceano. Lei rideva. Quelle risate erano solo bugie che diceva a se stessa? Non lo sapeva, e non lo avrebbe mai saputo. Quegli oceani erano troppo profondi. E forse non era interessata a sondarli.
Lui semplicemente la guardava, la scrutava, senza sapere realmente quanto oscuro fosse quell'azzurro marino che la inghiottiva, che li inghiottiva.
Era tutto semplice, lineare: tutto quello che era al di fuori di lui lo era. E per lei era invece difficile comprenderlo.
Uscì dall'acqua, i suoi capelli bagnati, il suo corpo lucente. Adorava guardarla, quasi fosse uno spettacolo proibito, e forse lo era. Lei si accovacciò vicino a lui, e gli sussurrò qualcosa, travolta dalla passione, mentre lui la baciava con trasporto.
In quell'istante, lei estrasse dalla sua borsa un coltello e glielo puntò alla gola. Se gridi ti ammazzo, se ti dimeni ti ammazzo, se reagisci ti ammazzo, se mi ferisci ti ammazzo...
Cosa vuoi? chiese lui, quasi senza stupore...la conosceva, conosceva le sue esasperazioni ed intuiva che quei giorni di silenzio a cui l'aveva condannata dovevano aver lasciato qualche traccia, un'ennesima macchia azzurra sulla pelle della sua anima.
Voglio che per una volta guarderai nei miei occhi, che smetterai di considerarmi come un'ombra azzurrina proiettata sulla parete della tua felicità, un oggetto nella noia della tua esistenza, un giocattolo per distrarti nei pomeriggi oziosi e silenziosi...
Non speculare con la mia vita, perché anche tu hai avuto la tua parte, hai avuto responsabilità in questo....
Non divagare, non fare l'altezzoso perchè stavolta io ti ammazzo....
D'accordo, d'accordo...cosa posso fare per aiutarti?
Io non ho bisogno del tuo aiuto, ho solo voglia di distruggerti, di vederti sanguinare, di vederti soffrire...non voglio le tue scuse, non saprei che farmene ora...è troppo tardi....è troppo tardi...
Si sveglió, il coltello giaceva freddo al suo lato, immacolato...era confuso, trastornato...la cercó, ancora nell'azzurro dell'oceano...c'era una gran confusione, un trambusto....l'azzurro sembrava straripare dall'orizzonte....un capannello di gente....
Cercarono di rianimarla, ma non potettero. Un'ombra si era impossessata delle sue labbra, e uno strano pallore aveva reso rigido quel viso. L'azzurro di quelle profondità l'aveva invasa.
In un angolo, lui piangeva.

Saturday, December 22, 2007

Bianco

Aveva la biancheria di colore distinto. Era una cosa che odiava. La faceva sentire disordinata, una donna fuori posto, sciatta. Ma, in realtá, non era andata lì per sedurlo. No. Era lì solo per il fatto che, se non ci fosse stata, sarebbe morta. Posso venire a casa tua? devo parlarti. Aveva atteso, mordendosi un labbro, una risposta: aspettava un "no". In cambio, un "sì" risuonò dall'altra parte del telefono, un poco biascicato, debole, però definitivamente un sì.
Una pepsi la attendeva su quell'allucinante tavolo di quella surreale casa, arrampicata in un vecchio palazzo cadente del centro. Tutto sembrava sporco e sospeso nell'etere dell'incertezza certa di chi sa che morirà sotto la polvere. Non aveva potuto rifiutare quella pepsi, anche se non le piaceva. No. Però la bevve, o almeno, così fece finta. Fumò, guardando fuori dalla finestra, e sentiva gli occhi di lui che la scrutavano, fino a toglierle la pelle di dosso. Che cosa sei venuta a dirmi? Chiese lui. Cos'è quel palazzo di fronte? Una banca, rispose lui, senza smettere di guardarla. Quella sigaretta furono le sue parole, attimi che si consumavano e che le dicevano che poteva ora ricominciare una nuova vita, perchè dalla cenere tutto rinasce. Lui la ascoltò, annuendo, serio. Sono contento, disse. Lei allora si alzò. Me ne vado, annunciò. Ma non se ne andò. Che cosa vuoi? nuovamente chiese lui.

Le sue lacrime gli bagnavano le spalle, mentre lui, sdraiato su quel petto chiuso in quel reggiseno nero e rosa, le accarezzava le gambe, cantando. La luce entrava dalla finestra. La tenda era illuminata di un biancore commovente, quasi che tutto annunciasse un nuovo inizio. Tutto scoppiava di vita, e lei piangeva per i suoi morti, per quei seppelliti che sono i ricordi, le illusioni e i desideri che fanno male. E la musica dipingeva scenari di novità e lui cantava. Cercava di nascondere gli slip bianchi sotto il corpo di lui. Era impossibile che non si fosse accorto che aveva la biancheria di due colori distinti. Lui parlava parlava parlava. Lei in silenzio sorrideva, e piangeva sulla sua pelle. Aveva freddo, aveva la febbre. Si sdraiò sulle lenzuola bianche, e già non le importò nulla della biancheria. Lui, in fin dei conti, non aveva voluto che lei se ne andasse. Finalmente si erano liberati di quelle catene chiamate tensioni.
Finalmente decise di andarsene, prima che lui le dicesse di farlo. Già il suo orgoglio era stato messo in crisi da quella biancheria di colore distinto, e non era il caso di perpetrare un altro smacco al suo semi-monolitico e fragile contorno.

Fu invasa da una pioggia di luce brillante. L'aria era calda. L'abbracciava un sole avvolgente, e le sue spalle vennero ammantate da un turbine di stupore. Era tornata a vivere.

E tutto nel bianco di quel sole, nella pelle nera di lui, e nel colore distinto della sua biancheria.

Verde

Entrò in quella stanza asimmetrica, con due pareti bianche e due verdine. Sembra un'ospedale, le diceva, per scherzare. Una finestra, affacciava crudelmente su una strada di periferia, mentre sulla parete opposta, si apriva una piccola terrazza, che era sinonimo di un insulso lusso.
Nel mezzo della stanza, una fredda tavola di metallo e legno, anch'essa verde. Un mobile con una triste e muta televisione, piccola, vecchia: l'unica compagnia nelle notti d'inverno. Lei costruiva così, di giorno in giorno, la sua esistenza, cercando di spingere quella barca chiamata vita, il piú solennemente possibile, senza lamentarsi troppo. Lui, ostinato, continuava a dire che quella tristezza era solo passeggera, e che bastava un sorriso per dimenticare tutto il resto, tutta la malattia che, in realtá, non sarebbe mai finita.
È pronta la cena. Disse lei, con un sorriso da spiaggia incontaminata sotto la pioggia. Lui si tolse il logoro cappotto, e si sedette al tavolo. Una tovaglia a quadri, verdi, quasi che sentisse vergogna nel rompere quell'equilibrio monocromatico, silenzioso ed umile.
Si sedette anche lei, versando nel piatto un brodo caldo, preso da una pentola rovente, appoggiata su del vecchio sughero. Glielo porse. Lui affondó il cucchiaio e cominciò a sorbirlo. Lei si affondó nei suoi pensieri, e nei pensieri di lui. Non avevano mai avuto il tempo di dormire insieme. Spiò tra i capelli grigi di lui, e pensò che erano passati tanti anni, ma mai aveva potuto cambiare il colore di quelle sere. Gli sfiorò una mano con le dita e gli sorrise.
Le parole volavano sul brodo come naufraghi in cerca di salvezza.
Finita la cena lui si alzò, passandosi il tovagliolo sulle labbra. Devo andare, disse secco, senza nemmeno cercare il suo sguardo. Raccolse i piatti, muta, come la televisione, come il verde delle pareti e disse: a domani.

Sunday, December 02, 2007

Una buena conclusión

Tic, tip, Tic...........qué cansancio.......además......empiezo a tener frío..............qué angustia.......tic, Tip, tic.................................se esforzaba, empujaba, en vano............ya el tiempo había llegado, aproximándose, al principio, como una nieblita silenciosa, en la madrugada de las soledades grises; lloviéndole por encima como una tempesta inesperada y repentina, en un verano de calor sin esperanza; y, por último, dejándole sin respiro, en la añoranza por un restraso ya imperdonable.
Alrededor suyo, todo había salido a la luz: el día, las risas de sus hermanos y hermanas. Todo fuera era como debía de ser: en orden, a tiempo. A contratiempo era todo lo que estaba adentro, es decir, él mismo. Y ya, ¡ya era su turno!
No se trataba de envidia, no, nada de todo esto. No. Más bien, era la vida misma que le llamaba, que gritaba, allá fuera. Y, ¿cómo era posible? ¿Cómo era posible que todos se lanzasen hacia ella sin miedo, sin desesperación, sin temor de caer? Porque así le parecía que debía ser......escuchaba los cuentos de los demás, y así tenía que ser: nadie tenía la duda. Era todo muy sencillo.........pero.....¿qué le esperaba realmente? ¿cuál era el lado más oscuro de las mentiras?
Había escuchado muchos cuentos sobre la vida, sobre la existencia pura, y ahora se encontraba en esta situación......¿cómo era posible?
Tic.......tic......Tip..........le habían dicho que vivir es una lucha y que diariamente hay tremendas batallas que te llevan al desasosiego, a la tristeza, a la amargura....pero le habían también contado que hay momentos en los que todo se destiende en una paz iluminada por la puesta del sol, en los que el cansancio de existir se sublima en las formas más delicadas del amanecer....Tic, tip, tic, tip, tip, tic, tip.............le habían hablado de la dulzura del amor y de la violencia del odio, de la profundidad de las risas con los amigos, del compartir, del volar en los aires de la libertad.....y de la obsesión de una rabia que no sale, que consume, y que se transforma en amo......le habían hablado de las cadenas que llevan los esclavos del bien y del mal.....y todos, de común acuerdo, habían declarado que los otros hieren y dañan si escrúpulo....y que pero, tú, le habían dicho, nunca debes cerrarte al amor, tienes que amarlos, a pesar del mal que puedan hacerte.....otros, en cambio, no, no seas tonto, te volverás tan cínico que lograrás ni ver a los demás, y así tiene que ser........sin embargo, no todos tenían que ser, necesariamente, malos: habían muchos que sí, eran buenos, que sí, iban a mostrar al sol mismo el significado de su risa, al aire la belleza de su baile, y a un corazón duro la suavidad de una caricia. Y concluían todos, siempre de común acuerdo: pero tú no tengas miedo, ábrete a la vida y disfruta, porque el que no se abre siempre se quedará encerrado en sí mismo, y entonces, el amor no llegará........Tip, tic, tip.........y ¿entonces qué? No me habían hablado de todo este esfuerzo.....además, parece que ni siquiera ellos mismos tenían idea de lo que decían......muy listos, realmente listos....no tengas miedo......¿por qué me dicen de no tener miedo? ¿entonces hay algo por el que temer? Tic, tip, tic...........todo parece ser tan duro, y ellos me dicen: no tengas miedo..........Tip, tic, tip.......Tic, tip, tic......Tip, tic, Tip.......además.......¿qué haré una vez fuera? ¿a dónde me iré?.............sigue el instinto, me han dicho......me han dado un equipaje de consejos......siempre dan consejos......pero en realidad ¿qué hacer con ellos?...Tic, tip, tic.........El instinto siempre tiene razón, me han dicho..........el instinto....tiene razón.......¿no es una paradoja esta?.................¿es todo una burla?.....Tip, tic, tip......Ticp, tic, tip..........tic, tip, tic.........pues, la verdad es que esta historia deja ya de gustarme, y sí....tengo miedo, ¡tengo miedo!......porque, me han dicho que allá fuera tienes que tener cuidado con lo que dices, y hasta con lo que piensas y sientes.........porque, me dicen, el mundo es el reflejo de un espejo al reves......entonces, me han enseñado a ser reservado, para que nadie te pueda lastimar.......sin embargo, decían, no seas demasiado reservado, porque los demás podrían interpretar esto como un ser introvertido, asocial, engreido, indiferente o....¿cómo era esa palabra?.............empático, sí.....poco empático, eso era.....tic, tip.......me han invitado a expresarme, a externar mis sentimientos, a desahogar lo que siento adentro, porque si no me agobiaría, me decían......y sin embargo, todo en cierta medida......no tienes que decir demasiado sobre tus sentidos, ni muy afirmativo, porque los demás podrían asustarse y huir.....tip, tic.....¿qué quiere decir todo esto?.....¿cómo debería ser entonces?tip, tic.......tip.........tic......¿debería ser como soy o como los demás quieren que yo me vea? y entonces, ¿acaso yo también soy un reflejo al reves de un recto yo?................
El sudor empezaba a empaparle el cuerpo, completamente. Se dejó caer en un rincón de su aislado y minimal espacio, se acluclilló en sí mismo y se echó a llorar....las lágrimas se mezclaban a su piel, mientras que se sentía absolutamente solo, cansado, angustiado. Miró al techo.....suspiró con la garganta llena de llanto....volvió a acluclillarse en su propio calor.....sentía una ansiedad tremenda, le faltaba el aire, el tiempo el aire el coraje el aire la esperanza el aire el respiro el tiempo el aire el tiempo la esperanza el aire........las lágrimas brotaban de su carne cansada....tengo miedo, tengo miedo....no quiero salir, no quiero salir, tengo miedo......se acluclilló aún más en su tremor, e intentando ahora guardar su temor, escondiéndolo a sí mismo....porque el quedarse allí, sí, también esto le daba miedo.....si no salgo, porque puedo elegir no salir, pero si no salgo...¿cómo podré decir qué es lo mejor para mí?.....la libertad es otra burla......no existe libertad....pero nadie lo sabe....y esto me da miedo......porque, claro está, una vez fuera nunca podré regresar aquí.....todos lo logran....¿por qué yo no debería?....¿por qué yo no podría?......el sol, el aire.....la puesta del sol.....la muerte me encontraría aquí también....de ella no me esconderá ni siquiera este espacio de silencio.....pero si me quedo aquí nunca veré la puesta del sol que, me han dicho, es maravillosa...................................................Tip, tic, tip, Tic, tip, Tic, tip, tip, Tic, tip, tic, tip, tip, tic, tip, Tic, tip, tip, Tic, tip, tip, Tic, tip, Tic, Tip..........el sudor ya mojaba su mirada, y sí.....ti, tip, tic, Tip, tip, tip, Tic, tip, Tic, tip, tip, tip, tic.............sí, la puesta del sol, sí......Tic, tip, tic, tip........me alienta el alma.....sí, sí......Tip, Tic, Tip, Tic, tip, tip, tic.....sí, sí.....el olor del mar, el aire, Tip, tic, la puesta del sol, el aire......tip, tic tip......ya es primavera, para mí, para todos, tip, tic, tip, tip, tic, Tic......tip, tip, tic..........TOC............
Violenta repentina fugaz la luz........penetró su espacio oscuro....inundó con su descarada indiscrección cada rincón de su intimidad y cada bóveda de su mundo redondo........cerró los ojos, por un solo instante, un instante solo. Los abrió con asombro y circunspección...............................se asomó, timidamente.......al mundo.........................observó alrededor de su pequeña perspectiva: el nido ya estaba vacío, ya todos habían volado lejos......!He nacido! ¡he nacido! ¡he roto los muros del miedo, vida, esta es mi vida, estoy vivo! ¡Estoy vivo!....el sol, el aire......el aire......salió definitivamente, mientras que respiraba profundamente....el aire, el aire!!!! ....sus alas estaban todavía pegadas a su cuerpo, y sus ojos borrosos....pero podía respirar, tan profundamente.....una última mirada atrás.....hay todavía un huevo sano....entonces no me había quedado sólo, no estaba completamente sólo....es raro....hay todavía un huevo sano.....empezó a caminar, lentamente, y a mover las alas......qué raro, hay todavía un huevo sano...........ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!
Precipitó del arbol.....en el césped.......estoy vivo, se repetía, estoy vivo....sí, estoy vi....SCRACTH.

Oooooops!................creo que acabo de pisar un pajarito......dios mío, le he matado............ay, mis zapatos nuevos, con lo que me han costado.....................

Y sí, le había matado, sin embargo, en su último relámpago de vida, un último pensamiento: todavía queda un huevo sano...............