Friday, August 15, 2008

Un tetto di legno sul cielo azzurro.

Non le era mai successo di trovarsi in una tale disposizione dell'anima e di sentirsi, finalmente, arrivata in un punto quasi sicuro di se stessa. Forse le ultime novità, le pazzie compiute negli ultimi anni, avevano contribuito a disegnare nuovi profili e nuove spiagge di consapevolezza in mezzo a quelle tempeste che ancora erano i suoi occhi. Le incomprensibilità, la ridicola sensazione di sentirsi anormali stava lasciando lo spazio a un brivido misterioso e pauroso. Un'intrigante sensazione, mista ad allegria e a raggiante conoscenza di altre dimensioni del suo essere.
Approdare a quei litoranei, dopo tanto tempo passato ad essere nomade dello spirito, aveva inaugurato un nuovo senso di appartenenza. Quel sole, incandescente, e quei paesaggi che esplodevano di luce e colori pensanti, quell'azzurro, quel giallo e quel verde...nel silenzio rotto dal cicalare del caldo, in macchina, con il vento fra i capelli, la pelle arsa, una mano che giocava con l'aria, mentre l'altra stringeva la mano di lui, in un comunicativo incrocio di universi. Si rannicchiava, talvolta, in lui. Quel ronzio, sotto il tetto di legno, mentre, abbracciati, pensavano che tutto fosse tanto strano: quel trovarsi lí, quell'essere insieme in quel caldo soffocante.
Il tempo paralizzato nella stasi di un'estate davvero strana. Persone, visi e profili, nuovi e vecchi, si alternavano nel campo visivo del suo cuore, continuamente. Mischiava storie, risentimenti, odii...ed improvvisamente sentiva che tutto poteva essere in equilibrio, fino a che squillava il telefono, e tutto tornava ad essere quel tanto conosciuto caos di sempre....e di nuovo i pensieri nell'afa dell'estate si rimescolavano alla cicalante luce del pomeriggio...ed il mare, lui era simbolo del mare, l'estate era sensuale, come il corpo di lui....come poteva pensare questo? chi avrebbe mai potuto dire che quel tetto fosse cosí tanto spazioso, per potersi rannicchiare in due? e quelle grandi finestre, spalancate, ed il vento del primo pomeriggio che muoveva quelle tende dorate, in un silenzio scandaloso. Si era affacciata la balcone ed un impertinente vicino era rimasto a fissarla, immobile. Lei gli aveva restituito lo sguardo. Non mi chiedere nulla, pero favore, aveva pensato lei....ma chi sei veramente? le aveva chiesto il suo amante subito dopo, mentre lei rideva.
In quelle svolazzanti notti di follia, lei sperimentava se stessa. Quel brivido si era trasformato nella garanzia di vita, esterna ed interna. Era stanca di sentirsi completamente precaria, naufraga, girovaga. Ma, allo stesso tempo, sapeva che quello che aveva davanti non era un rifugio sicuro, ma un ciocco di legno che bruciava per lei.
E aveva allora imparato a disciogliersi in quel brivido, aspettando che qualcosa arrivasse da lontano, dall'inimmaginabile. Sperava, sentiva, sperimentava. E non sapeva rinunciare a questa sensazione di libera confusione. Confusione....

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