Saturday, August 23, 2008

L'uomo affollato

...non riusciva a capire cosa fosse quel pizzicore che provava in testa...uno sfrigolio, un piccolo crepitare di prurito...una presenza sgradevole, un pruriginio insopportabile e strepitante...ma piú grattava piú aumentava...piú si dilatava la sua mano sulla testa, piú si allargava il raggio d'azione di quella macchia d'olio incandescente, che ormai gli avvolgeva tutto il capo...era soprannaturale, al di là dell'immaginabile del narrabile un avvolgere completo di brulicanti formiche di piccole zampette che scivolavano rapide e veloci nei meandri piú profondi del suo corpo per poi riemergere all'improvviso in apnea ed esplodere in una grassa risata...come un'immensa mano di chiodi, ormai questo manto di spine si era avviluppato attorno a tutto il suo essere, era giá passato alla dimensione metafisica dell'esistenza intera....incredibile: un generale prurito cosmico...
poteva forse essere un semplice pidocchio...ma come spiegarsi allora quella dilatazione totale dell'essere? quell'espansione indomabile delle sensazioni universali, in cui già la specie stessa sembrava perdersi in contorsioni e convulsioni irrazionali...
o forse era un'idea sua?
si guardava attorno e dentro, e non vi era traccia di crepe, di briciole o di pan grattato...era tutto liscio, come sempre...niente increspature, niente intercapedini ruvide...
ma allora? cosa poteva essere questo prurito che aveva appensantito cosí tanto il generale corso dell'esistenza umana? appesantito fino a farlo lievitare, reso leggero ed etereo nell'anestesia delle sensazioni...già le mani, le braccia e le gambe stavano perdendo sensibilitá, si alzavano in volo scatenate com'erano dalla dilatazione dei capillari e delle vene, una liberazione in massa di sangue e linfa...
ma cosa poteva dunque essere?
un pensiero, un'emozione nascosta che, come una bolla di sapone, si era staccata dalla materialità dei corpi, per poi riversarsi su di lui e riempirlo di illusioni e speranze false...
un pidocchio, sí, doveva essere un pidocchio, non c'era alternativa, non c'era scelta...un pidocchio...un piccolo essere che si muoveva, infimo, sotto la pelle e succhiava, come una preoccupazione assillante, i pensieri, il sangue...
l'idea di un pidocchio...una rappresentazione...un'immagine di un pidocchio...per questo si erano moltiplicati i bastardi, erano diventati milioni e lo stavano divorando, stavano divorando il mondo intero, l'universo ed i suoi vecchi palinsesti....un pidocchio...enorme!!!
Si afferò la testa tra le mani, cercando di sradicarlo, di trovare il modo di isolarlo, di non farlo più dividere e crescere...ma nulla...ogni tentativo di schiacciarlo corrispondeva a un aumento di intensità...
Era un pidocchio, un semplice pidocchio...eppure era ora diventato una piaga dell'umanità...
Immediatamente...un barlume di speranza...riaccese la voce della razionalità...la violenza era inutile, completamente...decise di venirci a patti, di parlarci...d'altronde, non era stato sempre convinto che il dialogo é la soluzione di continuità di quell'antipatico stato di cose che erano i problemi? cioè, una sospensione della tranquillità esistenziale di quanti non avrebbero voluto muoversi dalla poltrona dell'utero materno fino alla fine dei loro inutili giorni???
Cercó di individuare il suo coinquilino parassitico, il punto esatto in cui affondava le sue zampette nella pelle...concentrandosi, spostandosi mentalmente sulla fonte del prurito (impresa davvero ardua...), riuscì a riconoscere il flusso sanguigno attirato verso l'alto...
Con le dita, delicatamente, lentamente, tranquillamente e serenamente toccó il corpo pasciuto del parassita...riuscì a staccarlo dal cuoio capelluto, e lo guardò dritto in faccia...
quel dialogo muto avrebbe dovuto essere sufficiente a dissuadere lo scomodo ospite a continuare a persistere in quell'impresa dolorosa e assillante...ma il pidocchio, invece, con un balzo, ritornó a penetrare quella foresta fatta di capelli e forfora e sparì nella moltitudine dei pensieri...
...ora sapeva finalmente a cosa era dovuto quel pizzicore...

Friday, August 15, 2008

Un tetto di legno sul cielo azzurro.

Non le era mai successo di trovarsi in una tale disposizione dell'anima e di sentirsi, finalmente, arrivata in un punto quasi sicuro di se stessa. Forse le ultime novità, le pazzie compiute negli ultimi anni, avevano contribuito a disegnare nuovi profili e nuove spiagge di consapevolezza in mezzo a quelle tempeste che ancora erano i suoi occhi. Le incomprensibilità, la ridicola sensazione di sentirsi anormali stava lasciando lo spazio a un brivido misterioso e pauroso. Un'intrigante sensazione, mista ad allegria e a raggiante conoscenza di altre dimensioni del suo essere.
Approdare a quei litoranei, dopo tanto tempo passato ad essere nomade dello spirito, aveva inaugurato un nuovo senso di appartenenza. Quel sole, incandescente, e quei paesaggi che esplodevano di luce e colori pensanti, quell'azzurro, quel giallo e quel verde...nel silenzio rotto dal cicalare del caldo, in macchina, con il vento fra i capelli, la pelle arsa, una mano che giocava con l'aria, mentre l'altra stringeva la mano di lui, in un comunicativo incrocio di universi. Si rannicchiava, talvolta, in lui. Quel ronzio, sotto il tetto di legno, mentre, abbracciati, pensavano che tutto fosse tanto strano: quel trovarsi lí, quell'essere insieme in quel caldo soffocante.
Il tempo paralizzato nella stasi di un'estate davvero strana. Persone, visi e profili, nuovi e vecchi, si alternavano nel campo visivo del suo cuore, continuamente. Mischiava storie, risentimenti, odii...ed improvvisamente sentiva che tutto poteva essere in equilibrio, fino a che squillava il telefono, e tutto tornava ad essere quel tanto conosciuto caos di sempre....e di nuovo i pensieri nell'afa dell'estate si rimescolavano alla cicalante luce del pomeriggio...ed il mare, lui era simbolo del mare, l'estate era sensuale, come il corpo di lui....come poteva pensare questo? chi avrebbe mai potuto dire che quel tetto fosse cosí tanto spazioso, per potersi rannicchiare in due? e quelle grandi finestre, spalancate, ed il vento del primo pomeriggio che muoveva quelle tende dorate, in un silenzio scandaloso. Si era affacciata la balcone ed un impertinente vicino era rimasto a fissarla, immobile. Lei gli aveva restituito lo sguardo. Non mi chiedere nulla, pero favore, aveva pensato lei....ma chi sei veramente? le aveva chiesto il suo amante subito dopo, mentre lei rideva.
In quelle svolazzanti notti di follia, lei sperimentava se stessa. Quel brivido si era trasformato nella garanzia di vita, esterna ed interna. Era stanca di sentirsi completamente precaria, naufraga, girovaga. Ma, allo stesso tempo, sapeva che quello che aveva davanti non era un rifugio sicuro, ma un ciocco di legno che bruciava per lei.
E aveva allora imparato a disciogliersi in quel brivido, aspettando che qualcosa arrivasse da lontano, dall'inimmaginabile. Sperava, sentiva, sperimentava. E non sapeva rinunciare a questa sensazione di libera confusione. Confusione....